Meloni prende le distanze da Trump dopo la sconfitta nelle elezioni di metà mandato
Il risultato delle elezioni statunitensi accelera il riposizionamento di Giorgia Meloni rispetto a Donald Trump, dopo mesi di tensioni tra Roma e Washington.
Il risultato delle elezioni statunitensi accelera il riposizionamento di Giorgia Meloni rispetto a Donald Trump, dopo mesi di tensioni tra Roma e Washington.
Il centrodestra italiano è rimasto prudentemente in silenzio e ha atteso così gli esiti delle elezioni di midterm. Lontani sono i tempi dei tweet affettuosi, delle dichiarazioni pubbliche e degli auspici di vittoria di Donald Trump. Certo, formalmente, non era un’elezione che riguardava direttamente il presidente.
Ma di sicuro ha pesato il fatto che i pronostici della vigilia erano a sfavore dei repubblicani. Ma è altrettanto vero che, in questi anni, la temperatura dei legami tra il tycoon e il governo Meloni – dopo il «rapporto privilegiato» degli inizi – si è abbassata ormai da mesi. Spaventati da Trump e sfiduciati, gli elettori di Fratelli d’Italia delusi da Meloni Anche il vicepremier Matteo Salvini, che nel 2024 era stato il più esplicito nell’augurarsi il ritorno di Trump alla guida degli Stati Uniti, ha preferito un inusuale aplomb istituzionale.
Nessun augurio: «Mi sento di fare un bocca al lupo agli americani che voteranno secondo coscienza e noi prenderemo atto del voto». In due anni, del resto, l’Italia di Giorgia Meloni è passata dall’essere il ponte tra Stati Uniti ed Europa alla lista dei “cattivi”, con insulti personali alla premier, e tutto per iniziativa del presidente americano. Meloni, infatti, ha più subito che determinato questo deterioramento dei rapporti e non ha potuto far altro che prenderne atto.
Parallelamente, le scelte del tycoon ne hanno eroso la popolarità anche nella destra italiana, rendendolo una figura radioattiva, tanto più ora che si avvicinano le elezioni politiche. Associare a Trump la propria immagine, dunque, è un azzardo che ha già scottato Meloni, la quale sembra aver imparato la lezione. L’impressione è che questa sconfitta, che comunque dal punto di vista pratico non cambierà molto, verrà saluta con un sospiro di sollievo dalla destra italiana.
Palazzo Chigi continuerà a subire le decisioni del presidente americano come quella, recente, di escludere l’Italia dal vertice con Francia, Germania e Regno Unito sull’Ucraina. Continuerà ad ascoltare frasi come quelle pronunciate da Trump sull’imminente «scomparsa» del nostro Paese a causa dei fenomeni migratori. Ma non sarà costretta a dare giustificazioni sul perché «l’amico» americano si comporta così.
Dai maranza a giudici e Istat: Meloni va a caccia di nemici La parabola del rapporto Immediatamente dopo la sua elezione il 6 novembre 2024, Meloni ha subito fatto le sue congratulazioni a Trump parlando di «legame strategico» da consolidare e il rapporto si consolida nei mesi a seguire, con il presidente americano che ne loda le capacità politica. Il primo successo di questo rapporto viene ottenuto da Meloni, che il 4 gennaio 2025 va nella villa del tycoon a Mar-a-Lago per ottenere il nulla osta statunitense alla trattativa per la liberazione della giornalista Cecilia Sala, detenuta in Iran. Che l’traguardo di Meloni sia di diventare l’interlocutrice europea di un presidente così controverso lo dimostra il fatto che, il 20 gennaio 2025, è la sola presidente del consiglio di un paese europeo presente al suo insediamento.
La fase successiva è turbolenta per Meloni: in aprile Trump introduce i primi dazi nei confronti dei paesi dell’Unione Europea e Meloni si pone come mediatrice per tentare una mediazione con la Casa Bianca, ma senza successo. Il rapporto tra i due, comunque, continua sui binari della stima e della cordialità reciproca. Le prime crepe si aprono a gennaio 2026, quando Trump inizia a esercitare pressioni per annettere la Groenlandia agli Stati Uniti.
I rapporti con l’Unione Europea continuano a deteriorarsi, con otto paesi che inviano sull’isola che è sotto il controllo della Danimarca dei contingenti militari. Questa è la prima occasione in cui anche Meloni, pur non intervenendo sul campo, critica il presidente americano. Alla crisi infine rientrata per l’annessione della Groenlandia segue l’iniziativa militare statunitense contro l’Iran, insieme a Israele.
Quando, nel marzo 2026, parte l’attacco nessun paese europeo è stato avvertito e nemmeno l’Italia, tanto che il ministro della Difesa Guido Crosetto rimane bloccato a Dubai. Anche in questo caso Meloni sceglie la prudenza: «Non condivido e non condanno» è la frase che usa per commentare l’attacco. ma, quando gli Stati Uniti chiedono in uso la base di Sigonella per i loro aerei diretti in Medio Oriente, l’Italia dice no.
Questo è il vero strappo che determina la rottura dei rapporti. Da questo momento inizia il tracollo: il 13 aprile, il presidente americano attacca duramente papa Leone per i suoi sforzi in favore della pace. Meloni inizialmente non reagisce, infine è costretta a prendere posizione e definisce «inaccettabili» le parole di Trump contro il papa.
Così comincia lo scontro verbale: il tycoon la attacca pubblicamente, dicendo al Corriere della sera di essere «scioccato da Meloni. Credevo fosse coraggiosa ma non è così». Seguono segnali di distensione al G7 di giugno, con immagini dei due che parlano sui divanetti e si stringono la mano.
Pochi giorni dopo però arriva la nuova bordata: intervistato da La7, Trump dice che Meloni lo ha «implorato» di fare una foto e che lui ha spiegato sì perchè «mi faceva pena». Per la premier è impossibile rimanere in silenzio: in un duro video sui social, smentisce la ricostruzione. Trump però insiste su Truth, fino a provocare la telefonata di solidarietà a Meloni del Quirinale e la cancellazione di un viaggio negli Usa del vicepremier Antonio Tajani.
Il tycoon però non demorde, pubblicando un’immagine di Meloni con la scritta «restraining order needed», con riferimento alla sua richiesta di fotografia. Fino ad oggi. I rapporti si sono raffreddati, per ammissione stessa di Meloni, che è passata dal sottolineare il suo ruolo di alleata privilegiata a rimarcare che è responsabilità di ogni premier avere buoni rapporti con gli Stati Uniti, a prescindere da chi sia alla Casa Bianca.
In ottobre, dopo che Trump ha stretto un’intesa con la Russia per ottenere gasolio da Mosca, Meloni davanti alle camere parla di scelta «molto rischiosa». Un segnale di disgelo, ma, può segnalarsi di recente: nel libro di Bruno Vespa, la premier ha rivendicato. «Non mi pento di essere stata molto vicina al presidente Trump», ha spiegato, perché «farlo significava difendere l’interesse nazionale».
Una frase tutta al passato. Il presente è un’altra storia. L’incubo estivo di Giorgia Meloni: dover scegliere fra Trump e l’Europa
D.Cruz--GM